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Oggi 16 novembre, a 25 anni dalla scomparsa del prof Nino Casiglio.

La prima volta che ho visto Nino Casiglio avevo 5 anni. Era venuto a casa con mio padre dopo un viaggio, che avevano fatto insieme a Roma, e mi aveva portato un regalo: un topolino a corda che scappava via per casa. Io ero emozionata e anche un po’ impaurita, perché mio padre mi aveva convocato nello studio insieme alle mie sorelle per conoscere il Professore e consentirci di ringraziarlo per i regali che aveva portato a ciascuna di noi. Era altissimo, con degli occhiali molto spessi. Io mi nascosi dietro la gonna di mia madre: ero intimorita. Lui mi chiamò per nome e con un sorriso rassicurante mi accarezzò la testa. Questo è il mio primo incontro con il professor Nino Casiglio. Da allora la sua persona è stata sempre presente in casa nostra perché quasi ogni giorno papà parlava di Nino, delle sue idee, di sua moglie, dei suoi figli, dei suoi libri, della sua scuola , degli incontri e delle lunghe telefonate. Con il passare degli anni era diventato per tutti noi una persona di famiglia: era per me e per le mie sorelle l’ideale e l’essenza stessa dell’intellettuale. Ricordo il giorno della sua morte, il 16 novembre 1995. Papà, dopo tanti giorni passati al suo capezzale, tornò a casa addolorato e triste, non voleva parlare. Qualche giorno dopo su di lui disse a me e a mia madre solo poche parole : “se n’è andato un grande amico, un grande uomo”.

Riporto di seguito alcuni brani tratti dal libro “Ritratti”, di mio padre Raffaele Iacovino, che era legato al Professore da un profondo affetto, da una infinita stima e da una grande amicizia e proprio per questo, su richiesta del sindaco Giuliano Giuliani, mio padre fu indicato quale oratore ufficiale per la commemorazione in Consiglio Comunale di Nino Casiglio esattamente il 30 novembre 1995.
Da “Ritratti” di Raffaele Iacovino.
– Nino Casiglio, nato il 21 maggio 1921, segue gli studi universitari a Roma nel periodo della seconda guerra mondiale. Nonostante le difficoltà, consegue brillantemente prima la laurea in filosofia e poi in lettere classiche . Inizia a insegnare quando è ancora studente presso il liceo classico Matteo Tondi, maturando una coscienza politica legata ai rapporti sociali e di lavoro e al grave momento storico. Il 1 maggio 1945 in occasione della Festa del Lavoro appare a San Severo pubblicamente in veste politica accanto a don Felice Canelli, in sintonia con le correnti sindacali confluite nella Cgil e in questa occasione pronuncia un discorso proiettato nell’avvenire e di incitamento e fiducia nelle forze della produzione e del lavoro. Spinto dalla molla passionale che scatta quando si è giovani , Nino Casiglio nel periodo convulso della liberazione si dedica a riconsiderare i rapporti politici e sociali e a ricercare un progetto che potesse soddisfare le nuove istanze che provenivano da diversi strati sociali. Entra nelle file del partito socialdemocratico e diventa dirigente di primo piano a livello provinciale. Le stesse energie che profonde come professore e preside, mettendo a disposizione dei giovani la sua cultura e la sua preparazione didattica, le riserva per la politica . La sua personalità emerge con prepotenza quando il partito socialista si fonda col partito socialdemocratico e Nino Casiglio ne diventa segretario politico. Nel 1971 alle elezioni amministrative del 13 giugno vengono eletti solamente tre consiglieri del partito socialista tra i quali Casiglio. I 18 consiglieri comunisti capiscono che l’unica alleanza possibile per governare San Severo è quella con i socialisti e chiedono con fermezza che Nino Casiglio venga nominato sindaco e così è. Il suo insediamento a palazzo Celestini tuttavia dura poco dopo qualche mese Casiglio si dimette e abbandona la politica. Mi piace ricordare a questo proposito una frase di Angelo Fraccacreta che Casiglio menzionava spesso: “meglio restare inascoltati cavalieri erranti delle idealità politiche, senza seguito e senza fortuna, che giungere ai fasti dell’onore attraverso la trista via delle rinunzie, sorretti dalla instabile fallace forza degli equivoci e delle segrete transazioni”. A questo punto il suo impegno politico viene sostituito dall’arte dello scrivere e nella breve nota inviata all’editore Vallecchi insieme al suo primo romanzo “Il conservatore” scrive: “sono un isolato se è tale chi ama scegliersi i compagni, nel passato come nel presente”. Si allontana dalla politica non per isolarsi egoisticamente ma per dare agli altri il meglio di sé. Un espediente per evitare il bavaglio che gli sarebbe stato imposto dalla politica e che, invece, ha fruttato opere straordinarie in grado di svegliare le coscienze e far crescere questa terra, la Daunia, che come pochi altri Casiglio ha potuto nobilitare. Nella fase finale della sua vita cominciò ad avvertire l’ansia dell’anima che si prepara a fuggire dal suo corpo ma il male crudele che lo affliggeva non intaccava la limpidezza del suo intelletto e proprio perciò crudele due volte. La morte appare spesso nei pensieri come una morte amica che allerta la campana della chiesa vicina mentre un suo fratello cessa di vivere e diffonde dolci ritocchi nello spazio infinito, messaggi misteriosi di amore e di pietà. Più avanti nei giorni, in ospedale, quando la parola si spezzava in bocca e il respiro non gli dava tregua, farfugliò un nome forse di un filosofo e faticosamente soggiunse: “si vive anche solo pensando!” E non parlò più.-
Celeste Iacovino

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