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I PARTIGIANI DI SAN SEVERO (1^ PARTE)

di GIUSEPPE CLEMENTE

Può anche darsi, dicono gli storici, che l’Italia sia un Paese che non riesce ancora a fare i conti con il suo passato, per cui alcune ricorrenze, anche molto importanti, che rappresentano un’occasione per meglio conoscere fatti e personaggi, non costituiscono un momento di storia condiviso. Parliamo del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazi-fascismo, data fondativa della Repubblica, di cui quest’anno ricorre il 75° anniversario e che, anche a causa del Covid-19, non avrà certamente il rilievo che merita. Però un’occasione come questa non va, comunque, assolutamente perduta per ricordare a tutti, ai giovani in particolare, che la Resistenza va vista non tanto come una guerra civile tra uomini che si collocarono da una o dall’altra parte della barricata, quanto piuttosto come l’insorgere di un popolo contro la dittatura. Hanno fatto la Resistenza militari, civili, sbandati che, già sconfitti, non accettavano di vivere sotto il pesante tallone del nemico (i tedeschi) e dei fascisti loro alleati. Forse mai come in questo caso è importante mescolare la memoria e la storia ai destini di uomini comuni, alle storie di piccoli uomini presi in mezzo dai grandi avvenimenti, per creare una cultura della memoria che porti alla formazione di valori, oggi purtroppo in disuso, come Patria, libertà e solidarietà. E a proposito di “uomini comuni”, che dopo la disfatta militare e il crollo del fascismo si sono trovati di fronte a un bivio e hanno scelto la loro strada, voglio ricordare i partigiani della Capitanata, sì, della nostra terra, che, organizzati nei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) e nei SAP (Squadre di Azione Patriottica), hanno combattuto nelle bande partigiane tra le montagne del nord contro il nazismo e il fascismo nel durissimo inverno del 1944-45. Sono in tutto 122 uomini, distribuiti in quasi tutti i paesi della provincia, i cui nomi sono nella banca dati del sito istoreto partigianato piemontese, che alcuni anni fa mi è stato segnalato dal caro amico prof. VITANTONIO LEUZZI. Ben trentanove erano nostri concittadini. Per quanto consente lo spazio a mia disposizione, desidero ora dedicare poche righe a due di essi. Per gli altri mi riservo di rendere noti tutti i dati in mio possesso alle prossime occasioni, perché è giusto che i loro nomi non cadano nell’oblio.

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