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I CARBONARI DELLA CAPITANATA NEI MOTI DEL 1820-1821

di GIUSEPPE CLEMENTE

Nei primi giorni del luglio 1820 le strade della Capitanata che portavano al capoluogo erano insolitamente affollate di gente, armata alla men peggio, che dai centri della provincia, dal Gargano e dai Monti Dauni si dirigeva a Foggia. Erano i carbonari che vedevano finalmente giunto il momento tanto atteso e meticolosamente preparato. Era giunta l’ora della rivoluzione per abbattere l’assolutismo borbonico e ottenere “il politico cambiamento”.

Ricorre quest’anno il bicentenario dei moti carbonari del 1820-1821 che rischia di passare quasi inosservato a causa del Covid-19. Se ciò dovesse accadere sarebbe una vera iattura in tempi come i nostri, in cui la memoria è corta, volutamente selettiva, e perciò monca e ambigua. La rivoluzione che nel “Nonimestre” (luglio1820 – marzo1821) scosse il Regno delle Due Sicilie fu un evento di portata europea che mise in discussione il successo della Restaurazione e il disegno del principe di METTERNICH nella penisola. Il rilevante contributo dato dal movimento carbonaro della Capitanata alla rivolta viene messo sempre più in evidenza da recenti acquisizioni archivistiche. La laboriosa fase preparativa, gli agitati e caotici mesi costituzionali e soprattutto l’intensa attività cospirativa messa in atto durante la dura repressione borbonica videro in primo piano gli “empi soggetti” e i “facinorosi sicari” della provincia, uomini tenaci (BARBARISI, VITALE, IACUZIO, VENUSI, CAVALLI, RODINÒ, CASSITTI e tanti altri) che non accettarono nel 1821 il ripristino dell’assolutismo e affrontarono con coraggio e dignità le persecuzioni dirette dal temibile ministro di polizia NICOLA INTONTI. Nella Capitanata il numero delle vendite carbonare nel 1820 era segnatamente consistente. I dati ufficiali parlano di 66 vendite con 4.833 iscritti su una popolazione complessiva di 111.337 abitanti. Tutte facevano capo alle tre Tribù: l’Arpense, del Valore e del Vallo Illuminato con sede rispettivamente a Foggia, San Severo e Bovino. La sommossa ebbe inizio a Nola la notte tra il 1° e il 2 luglio 1820.  A guidarla c’erano il tenente MICHELE MORELLI e il sottotenente GIUSEPPE SILVATI, del Reggimento di Cavalleria Borbone, che inizialmente disponevano di 130 uomini e 20 ufficiali che avevano disertato. Le forze rivoluzionarie (tra cui anche i carbonari di Capitanata al comando del colonnello marchese de ROSE e del maggiore MICHELANGELO DEL SORDO) confluirono tutte a Monteforte e passarono sotto il comando del generale GUGLIELMO PEPE. La sconfitta alle gole di Antrodoco pose fine alla “stolta illusione” e segnò l’inizio di inesorabili persecuzioni politiche, che durarono fino al 1830 e privarono il Mezzogiorno della preziosa opera di intellettuali e politici di considerevole levatura, costretti all’esilio per salvare la vita. MORELLI venne catturato a Chieuti, soggiornò per poche ore nelle prigioni di San Severo e fu condotto prima a Foggia e poi a Napoli, dove fu giustiziato insieme a SILVATI. La reazione fu durissima. Molti furono perseguitati per lunghi anni, altri preferirono l’esilio, altri ancora morirono nelle carceri borboniche. Cito solo i nomi di due nostri concittadini (ma tanti altri ancora ve ne sono) degni di essere ricordati. Il sacerdote PAOLO VENUSI che, nonostante fosse malato di tubercolosi, fu lasciato morire nelle carceri di Lucera e VINCENZO CAVALLI che riuscì a eludere la stretta sorveglianza della polizia e a raggiungere Cadice per portare a Foggia una copia della Costituzione spagnola del 1812. Ritornò in patria e trascorse quasi tutta la sua vita nelle prigioni borboniche.

Sono piccole “storie di uomini” che quasi si perdono nel groviglio della “grande storia” e rendono profondamente umani i grandi avvenimenti. Episodi di storia minore che hanno fatto dei carbonari e della Carboneria i “modelli mitici della generazione risorgimentale” e ci raccontano una prospettiva della società e della politica dell’Ottocento meridionale.

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