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LA SAN SEVERO DIGITALE E I GIOCHI DI STRADA POESIA DI UN MONDO PERDUTO

Sole sul tetto dei palazzi in costruzione, Sole che batte sul campo di pallone. E terra e polvere che tira vento, e poi magari piove”, si apre così uno dei maggiori successi di Francesco De Gregori, aquilone su un mondo povero ma ricco di sogni, fantasia e speranza. E’ il mondo dei giochi di strada, di quelli fatti senza troppi mezzi, con un pallone, vero o rattoppato, con del gesso che tracciava una campana, o con una corda tirata da due squadre in posizione opposta, solo per fare qualche esempio.
Ma tanti sono i giochi di strada trasmessi e diversi di generazione in generazione, che vedono in quella digitale uno stop sostanziale, sostituiti da una nuova concezione del gioco e dello stare insieme all’insegna dell’elettronica, dell’informatica e del tempo programmato tra scuola e palestra, play station e cellulare, con poco tempo davvero libero, quello in cui ci si può pure annoiare, magari passeggiando senza una meta, o sedersi a chiacchierare con gli amici finendo a raccontarsi le proprie vicende, certo un pò romanzate, oppure ascoltare le storie dei più anziani, fino a ripescare la tradizione delle barzellette per fare a gara a chi fa ridere di più.
Ma tra i diversi, senz’altro quello del calcio di strada è il gioco che più di tutti segna l’immaginario collettivo cittadino. Infatti ogni quartiere aveva la sua squadra, fatta di giocatori selezionati per bravura o amicizia, o perchè “portavano il pallone” – le marche principali: Super Tele, Tango, Santos e Super Santos. La maglia era quella che capitava, le scarpe quelle da ginnastica più consumate, per porte un paio di pietre piazzate ad occhio. Ma se andiamo ancora indietro col tempo il pallone diventava di pezza, le scarpe forse non c’erano e anche le magliette potevano diventare canottiere. Ma questo certo non fermava gli impavidi, i giocatori che per un momento di gloria, per quel grido “Goooooal!” erano pronti a sfidare tutto e tutti, le intemperie, la pioggia e il vento come il sole accecante, insieme agli “sganassoni” dei genitori che li aspettavano per cena, già da un pò alla finestra con canottiera e sguardo truce.
San Severo, insieme ai campetti delle parrocchie – memorabile quello dei Salesiani, la storica formazione dell’Audax sullo sfondo – vedeva nei decenni strade e piazze trasformarsi un pò ovunque in improvvisati ma ben organizzati campi di calcio, dove sfidarsi, sudare, sputare, correre, segnare, vincere, perdere, picchiarsi, fare la pace, ma soprattutto prepararsi la via di fuga per sfuggire all’ira del signore a cui inevitabilmente si erano rotti i vetri di casa con un tiro un pò troppo alto, al grido di “Madonne i lastre!” ossia, “Mamma mia, i vetri!”.
Non mancava nei pomeriggi d’estate il pubblico dai balconi e seduto davanti ai bassi, soprattutto massaie che potevano guardare i propri figli e nipoti, insieme alla gioventù del quartiere, correre e giocare sotto i propri occhi. Al tempo nessuno ti diceva non ti sudare o non ti fare male, sapendo che erano immancabili cadute, scivolate e sbucciature: l’acqua ossigenata e il batuffolo di cotone già pronti. La fontanella dell’acqua di zona faceva il resto.
Ma non si creda che in questa baraonda collettiva mancassero i campionati. Ce n’erano diversi, tra quartieri che si sfidavano a turno sui propri campi, e anche organizzati da supervisori. Come quelli di “Nannino”, storico arbitro sanseverese da sempre vicino ai ragazzi. Tra gli altri tornei da lui organizzati quello davanti la scuola Edmondo De Amicis, spiazzo, poi ristretto dai nuovi giardini di fine anni ’80, che si prestava alla struttura di un campo di calcio.
Definito con il gesso, disposto a mano dallo stesso organizzatore a disegnare linee di confine, centro campo ed aree, il “Campo De Amicis” ospitava i campioni della domenica mattina. Costo di iscrizione al torneo 500 lire a giocatore. Non essendoci guardalinee l’autorità dell’arbitro era assoluta, che pur poco poteva contro l’appassionata sfacciataggine dei giocatori più animati. Le porte, dapprima mobili, diventano nel tempo fisse, costituite da due pali di legno senza traversa, piantati in apposti buchi inguainati operati sapientemente nel terreno dallo stesso organizzatore.
L’arena spontanea dei passanti faceva il pubblico, e non mancavano il tifo e le proteste per il goal assegnato forse ingiustamente.
Tra i campi più ambiti quello nuovo di via Fortore, detto “ ‘u campe rusce”, il campo rosso, per il colore naturale della terra che lo disegnava tra il marrone delle nuove case anni ’80 e il verde della campagna intorno: primo campo di dimensione regolamentare, anche se pericoloso per le dure e pietrose cadute, a disposizione dei ragazzi. Ammirare le porte del campo rosso nel luccichio del sole, di ferro, bianche, regolari e, nei primi tempi, con la rete vera, quella che si vedeva ondeggiare ad ogni goal in televisione, era davvero uno spettacolo!
Andando indietro nei decenni i giochi di strada che si affacciano ai ricordi sono quello del basket, che negli anni ’80 vide un proliferare di campi, grazie all’applicazione di canestri in diversi punti della cittadina, preceduto da altri più poveri e antichi come il nascondino, l’acchiaparella, la corda, la campana, un, due, tre, stella!, le cinque pietre, “il pontone” ossia l’angolo di strada, con calcio ad un pallone posizionato al centro di quattro vie e fuga per nascondersi, dimmi dammi e comandami, la molla, il cerchio, la carriola a “ruzzole”. Ma parlando con i più anziani riemerge su tutti il mitico mazze e licche, il baseball dei poveri, seguito tra gli altri dalla corsa dei sacchi, dalla palla avvelenata e dalla presa del fazzoletto in corsa.
Un’operazione nostalgia questa? Beh forse si, ma soprattutto un invito ai più giovani a tuffarsi nella vita reale, staccandosi per un pò dagli schermi su cui studiano, giocano, guardano film, tv, navigano, si cercano, comunicano, ma su cui non possono volare come potrebbero, esprimendo la propria creatività, la fantasia, le emozioni e il sogno che aleggia in ognuno di loro.
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