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I CENTO ANNI DI Tatjana Koschelewa “a russien”

La Signora Tatjana Koschelewa (ved. di Salvatore Di Cristino) nasce a Sumi (dipartimento di Novosibrski, città tra le più popolose della Siberia) l’otto febbraio 1923, luogo in cui vive l’infanzia;  la sua famiglia si trasferisce, poi, in Ucraina a Makievka (località oggi tristemente nota a causa della guerra Russia vs Ucraina in corso) colà iniziando a frequentare, a partire dall’anno 1930, le scuole elementari e fino al 1933; dopo di che viene avviata alle scuole medie in cui permane fino all’anno 1938; indi passa, secondo i locali canoni, alle scuole superiori di indirizzo medico – sanitario che le consentono, nel corso di durata biennale, di entrare in familiarità con la farmacologia e la medicina in genere. La sua istruzione scolastica, conclusasi quasi interamente nell’anno 1940, si concretizza, quindi, in pieno regime comunista che, come è noto aveva avuto inizio nell’anno 1928, dopo la misteriosa morte di Lenin, con l’ascesa di Stalin.

I suoi successivi studi a livello professionale vengono interrotti a causa della seconda guerra mondiale (iniziata con la invasione dapprima della Polonia – nel 1939 – e poi della Russia – anno 1941 – da parte della Germania di Hitler). L’aggressione tedesca ai danni della popolazione russa si pone per Tatjana come l’inizio di una storia frammista di sofferenze e di speciali eventi che avranno epilogo con il suo arrivo in Italia; ella, infatti, agli inizi dell’anno 1942 , avendo i tedeschi prospettato blandamente il lavoro ai giovani russi, vessati da tanti problemi di sopravvivenza e strettamente connessi alla occupazione tedesca,  aveva giusto il tempo per munirsi di una valigia contenente due lenzuola e della biancheria, e di lì a poco veniva fatta salire – insieme ad altri coetanei e coetanee – su di un treno tedesco con lo scopo di “trovare lavoro” in chissà quale zona della Germania. In quel periodo i tedeschi avevano l’obiettivo di disporre di forze lavorative atte ad incrementare la loro economia industriale ed in special modo la produzione di armamenti. Raggiunta la tedesca città di Bielefeld, dopo due giorni di viaggio in vagone merci, Tatjana si è ritrovata in un campo di lavoro (che di lì a poco si mostrerà autentica prigionia), circondato da un recinto da cui non si poteva uscire e connotato da due “baracche in misere condizioni” adibite a dormitori maschili e femminili, con letti a castello, nei quali “i prigionieri” neo arrivati (perché altrimenti non potevano definirsi!)  insieme ad altri già presenti in loco e provenienti da Francia, Belgio, Polonia e via discorrendo, venivano impegnati nella pulizia di armi già usate (in maniera particolare: di fucili).

Intanto, contemporaneamente a questa “storia” un’altra andava evolvendosi.

Salvatore di Cristino, nato a San Severo il 2 gennaio 1922, soldato di fanteria in epoca di regime fascista alleato della Germania, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, decretato dal nuovo capo di governo Maresciallo Badoglio, a seguito dell’invasione della Sicilia e dell’Italia meridionale da parte dell’Usa e dell’Inghilterra, giunge in Germania per andare ad incrementare il numero già consistente dei cosiddetti “lavoratori civili coatti” tali definiti dal regime di Hitler.

La definizione eufemistica “lavoratori civili coatti” nascondeva una ben diversa sostanza rispetto a quella che era la realtà: invero, il regime hitleriano già si giovava della forza lavorativa acquisita in Russia, nei Paesi Bassi o in Polonia, dopo aver occupato quei territori negli anni 1939 – 1941, per lo sviluppo della economia nazionale, costringendo quelle popolazioni a dare il loro apporto, come da sempre i conquistatori hanno fatto con i conquistati. Per gli italiani, dai tedeschi ritenuti “traditori” perché passati sotto l’egida angloamericana, venne riservato identico trattamento, ragione per cui molti degli italiani ex alleati di Hitler, dopo la caduta di Mussolini sono finiti nella “rete” tesa dal dittatore e sono stati costretti a ritrovarsi in Germania anche essi nel novero dei “lavoratori civili coatti” per scontare in qualche modo il voltafaccia del regime fascista.

Proprio sotto le ipocrite apparenze del lavoro coatto civile, permeato da immaginabili sofferenze fisiche e morali, stenti da fame, umiliazioni e patimenti, nasce l’Amore tra Tatjana e Salvatore anche egli giunto a Bielefeld cittadina che  viene poi assediata dai bombardamenti americani tra i quali, ferali e devastanti conseguenze ebbe l’azione di 300 aerei partiti da una base del sud est inglese il 30 settembre 1944, ed il cui inferno mise il suggello definitivo per l’unione dei due giovani che da lì, usando la lingua tedesca in maniera non proprio ortodossa ma comunque utile per scambiarsi sentimenti, cercarono la fuga e per comune scelta decisero di venire in Italia, a San Severo, dove Tatjana  sarebbe stata guardata quasi che fosse un oggetto raro perché verosimilmente una donna russa mai era apparsa nel contesto cittadino.

Anche a San Severo, però, la situazione era tutt’altro che rosea ed i due giovani dovettero accontentarsi di una ospitalità modesta, anzi del tutto precaria, di modo che Tatjana fece di necessità virtù e, grazie alla disponibilità di persone davvero accoglienti, pian pianino poté imparare la lingua italiana e giungere a conseguire il titolo di scuola media del tutto necessario per accedere al corso per ostetriche presso l’Università di Bari, ove conseguì il diploma abilitante all’esercizio della professione di ostetrica, nel frattempo essendo divenuta mamma  di una bimba cui venne dato il nome di Luigia in segno di riconoscenza verso la suocera e della famiglia del marito Salvatore. Le sue qualità umane e la sua professionalità le procurarono rapidamente stima e, di conseguenza, successo professionale che con saggezza ha saputo amministrare fino a tutto l’inizio degli anni ottanta avendo assistito a circa 9000 (dico novemila) parti, tanto che San Severo l’ha sempre individuata con l’appellativo “a russien”, ovvero l’ostetrica russa. Ha generato poi altri due figli, Francesco e Ciro e tutti e tre i figli le hanno procurato immenso affetto a motivo della presenza di ben nove nipoti. Ma vi è di più: in occasione del suo centesimo compleanno, l’8 febbraio 2023, celebrato pubblicamente per decisione del Sindaco di San Severo, avv. Francesco Miglio, Tatjana si è vista circondata dall’affetto di tante persone e soprattutto di ben nove pronipoti, anche se questi ultimi non hanno potuto provare la gioia di conoscere il loro bisnonno Salvatore deceduto il 13 marzo 1983. A chiusura di questa particolare storia non è di poca importanza, anzi tutt’altro, annotare che uno fra i tanti piccoli da lei raccolti, oggi persona in età avanzata, ha voluto così esprimersi: “La ricordo con affetto…quando arrivava nella zona in cui abitavo……..fuori dall’ordinario portamento, col piglio deciso e, soprattutto, la sua bellezza… la mia sensazione era come se lei avesse un’AURA ANGELICA”.

Ancora tanti auguri Tatjana! 

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