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MICHELE DE FILIPPO, IL PUGILE RINATO: DAL BUIO DELLA STRADA ALLA LUCE DEL TITOLO ITALIANO

Michele de Filippo ha fornito una risposta convincente: “Non è solo per coltivare una passione che sono diventato un pugile. La mia è stata una scelta di vita: salvarmi dalla strada e salire sui gradini del professionismo. Come me, ci sono tanti ragazzi giunti alla deriva, disillusi e abbandonati, che hanno bisogno di aiuto, e ai quali voglio dire di non mollare mai, proprio come ho fatto io”.

Lo scorso 10 ottobre 2025, il Pala Sport Piccinelli di Rezzato (BS) ha fatto da prestigiosa cornice al grande evento celebrativo della vittoria di Michele de Filippo, riconfermato Campione Italiano dei pesi Welter per aver sconfitto per KOT al 9° round, il tenace pugile Antonio Licata.

Ma dietro ad ogni successo c’è sempre una lunga e faticosa storia che oggi vogliamo raccontarvi.
Iniziava molti anni fa il suo percorso sportivo – come tanti della sua generazione – indossando guanti troppo grandi per le sue mani, sudando con il sorriso sulle labbra, correndo e combattendo senza comprenderne il vero significato: perché quando muovi i primi passi, è tutto un divertimento!

Ma arriva un momento nella vita, in cui si ha bisogno di comprendere la ragione del proprio sacrificio che, col tempo, diventa sempre più grande: rinunciare alle partite di calcio con gli amici di quartiere, mangiare poco per perdere peso, a dispetto in un durissimo allenamento fatto di rese, di ripartenze obbligate, di dolori interiori, di amare sconfitte spesso troppo dure da mandare giù, e di umiliazioni, perché quando si cade al tappeto si è soli e non c’è nessuno ad incoraggiarti. E così inizia il conto alla rovescia verso il gong che annuncia la sconfitta e l’abbandono.

È in quel momento preciso che un uomo decide se vuol diventare un vero pugile!
Quando si sente sconfitto, distrutto, arrabbiato, quasi impotente, ecco, è in quel momento che “decide” cosa vuole essere! E allora si deve alzare e combattere, oppure darsi alla resa e appendere i guanti al chiodo.

De Filippo, un giorno di tanti anni fa decise di rialzarsi, e decise che nessuno lo avrebbe più buttato al tappeto né la vita, né il ring, senza che avesse combattuto fino all’ultimo filo di fiato.
Era tra i primi pugili nazionali nel campo dilettantistico e già aveva vinto tre guanti d’oro ed un numero smisurato di medaglie. Il suo futuro era chiaro: avrebbe dovuto firmato un contratto per un futuro da stella della boxe, ma ecco che, come un macigno, arrivava quel tipo di notizia che nessuno vorrebbe mai ricevere: un giorno qualcuno ti dice che il chiodo che regge il quadro si è rotto! Sono quelle cose che non puoi gestire con le tue ragioni e le devi accettare. La diagnosi di una patologia al cervello aveva decretato la fine del suo percorso sportivo, che fino ad allora era in salita, diretto verso il successo.

E quando un ragazzo con dei sogni, scopre che dal quel momento gli sarà impedito di poterli realizzare, succede che si sente tradito dalla società ché non gli tende una mano e non lo aiuta, e allora si ritrova ancora solo, battuto e vinto!

Da quel momento, quel ragazzo vive la sua tragedia esistenziale e si dà alla strada, quella che non perdona, quella senza onori, dove si diventa emarginati e perdenti. La società ti giudica, ti condanna ancor prima dei tribunali e così cresce la rabbia. Michele, di rabbia ne ha accumulata tanta.

Ormai alla deriva, travolto dagli eventi, pareva condannato al suo destino. Ma dentro di lui ardeva ancora un fuoco: il desiderio della rivincita! E così, come un’araba fenice, risorgeva dalle sue ceneri e saliva ancora una volta sul Ring dopo anni di silenzio sportivo.
Lo racconta lui stesso: “Avevo la rabbia dentro e ho passato anni nel buio, rinascendo piano piano fino ad arrivare a quel giorno in cui ho visto la luce! In una terra che non era la mia, mi è stata concessa un’altra possibilità. A quel punto, mi sono sentito davvero solo e la mia rabbia è cresciuta. Alla fine ho pensato che avrei dovuto canalizzarla e trasformarla in boxe. Infondo, devo dire grazie a tutte quelle persone che hanno determinato in me quel desiderio di rivincita, perché è stato motivato proprio da quella stessa rabbia, dalla delusione e dall’abbandonato”.

Chi era adesso Michele de Filippo per il resto del mondo? Era un pugile troppo avanti negli anni per pensare di poter vincere un titolo professionistico, anche essendo imbattuto!
Ma poi succede qualcosa: A dicembre del 2024, viene nominato “sfidante ufficiale vacante” del titolo italiano,

Arriva il grande momento: la sua opportunità! De Filippo sale sul Ring, davanti a centinaia di persone e, per la prima volta, c’è la sua gente ad acclamarlo. E così, tira fuori il suo coraggio, il suo cuore di leone, la sua tenacia, la sua rabbia canalizzata nei colpi, e inizia a sferrare pugni su pugni, e ogni colpo sigla un accento sui ricordi mancati, sulle sconfitte passate, sulle promesse non mantenute, e alla fine, vince!

Vince la sua scommessa contro l’ipocrisia, contro la delusione, contro l’indifferenza, e in una sola notte passa dall’essere un pugile dimenticato, all’essere il nuovo detentore del titolo italiano di Boxe Categoria pesi Walter

A questo punto, trova conforto nelle parole delle persone comuni, ma anche, e soprattutto, delle autorità politiche della sua Città, San Severo, che si vestono a festa esprimendo soddisfazione e facendo esercizi di ammirazione verso il nuovo campione. Tante foto ricordi, e discorsi di circostanza per l’occasione, perché quando sei un vincente, il popolo ti acclama!

Non passa tempo e arriva ancora il baratro. Un infortunio post incontro, si trasforma in un problema più grande che richiede un delicato intervento chirurgico.

Nel letto di ospedale non arrivano chiamate di conforto: è di nuovo solo! Ma ricorda qual è il suo “nome” e sa di essere un pugile, e sa che un pugile che cade al tappeto deve rialzarsi. Sa che la paura di risalire sul ring è un muro immenso, ma se hai “quel cuore di leone”, allora lo puoi abbattere. Passano i giorni e arriva il momento del confronto con sé stesso.

Intanto, il suo titolo italiano è stato frizzato nella modalità interim. A questo punto, prendere o lasciare: De Filippo, sceglie di difendere il titolo!

Non ha risorse economiche, non ha un lavoro, ha solo la sua testa e suoi pugni, e allora deve scegliere se tornare nella strada o risalire la china, con tutti i sacrifici che comporta. Decide di ritornare dal suo vecchio maestro, un campione di altri tempi, conosciuto come Gino (l’ex campione del mondo Luigi Castiglione), che accetta di allenarlo e lo ospita nella sua palestra.

E cos’hanno in comune questi due combattenti?
La consapevolezza di poter contare su sé stessi, di poter contare solo sulle proprie forze!
Riparte la sua avventura, ma questa volta deve fare i conti con il recupero fisico e, allo stesso tempo, deve fare enormi sacrifici sul piano emotivo. Ma è determinato, vuole vincere e così, silenziosamente, inizia la sua chimera! Si allena duramente, con rispetto, con dedizione, ma ancora nella sua testa rimbomba il tarlo dell’indifferenza. Non sente vicina la sua città, non si sente sostenuto dalle autorità politiche locali, le stesse che sono salite accanto a lui sul “podio dei vincitori”, che hanno raccontato dell’orgoglio sanseverese, che hanno mostrato sorrisi cangianti dietro le telecamere.

Ora è tutto finito, perché qualcuno pensa che non ce la farà, perché è di età avanzata, è fuori allenamento, ed è ora di passare avanti.

Ed è qui che la sua battaglia diventa una “questione di principio”: deve dimostrare che il pugilato può salvare la vita alle persone difficili, può togliere dalla strada ragazzi validi che non hanno avuto un’opportunità, può restituire l’occasione di coltivare un sogno: non si tratta più di dare e ricevere pugni, si tratta di stabilire un primato e cioè che anche gli ultimi ce la possono fare, se credono in sé stessi.

Se riuscirà in una impresa simile, saprà di aver vinto la sua sfida contro l’indifferenza e la superficialità, mostrata da chi avrebbe dovuto accorgersi del suo valore prima che conquistasse il titolo.
Quando arriva il momento della partenza per Rezzeto (Brescia), che ospiterà il grande match per l’aggiudicazione del titolo italiano, iniziano i conflitti di un uomo che, in quanto tale, ha le sue fragilità, e dunque inizia a provare una strana malinconia, perché non si sente sostenuto!

Parte per il suo viaggio di speranza, con l’aggravante di non avere nessun sostegno economico né onori!
Dalla sua parte, ha solo la famiglia, una madre immensa che non ha mai smesso di credere in lui, e pochi amici.

Nessuno parla del suo imminente incontro, nessuno ci crede: nessuno, tranne de Filippo e i suoi compagni di avventura.
Il resto è storia, suona il gong, parte una battaglia fra due atleti formidabili che non vogliono mollare. La faccia martoriata del nostro “ragazzo”, registra i segni della una sofferenza interiore: ogni pugno, un desiderio mancato, una porta chiusa in faccia, una promessa non mantenuta e una che doveva essere mantenuta!

E quando i round vanno avanti e l’emozione la si vede vibrare nell’aria, arrivano le parole del cronista che siglano un patto con la storia – quella scritta da Michele de Filippo – e dichiarano che il “dado è tratto” e che per l’avversario Antonio Licata, per quanto valido combattente, non c’è più storia!
È tardi, perché nessuno può più fermare la furia scatenata di un pugile di provincia che voleva vincere, e ha vinto.

Michele de Filippo è la prova vivente che si può cambiare. Rappresenta “un monito” per chi non riesce ad accettare l’idea che sostenere i giovani che hanno un sogno non è un atto di cortesia, è un dovere!

De Filippo lo afferma con una certa convinzione: “Ognuno di noi nasce con un obbiettivo che deve poter raggiungere. Se sei un artista, un professionista o uno sportivo, oppure un ragazzo con grandi potenzialità intellettuali, ma senza risorse economiche per realizzarle, devi avere la possibilità di perseguire le ragioni dei tuoi sogni. Per me è un diritto sacrosanto”.

E qual è il compito della società? Sostenere questi sogni.
Non sempre i ragazzi hanno il cuore impavido di Michele, non sempre hanno il suo coraggio, la sua tenacia e a volte non ce la fanno, perché hanno bisogno di essere sostenuti.

Questo è il dovere che ha la società nei loro confronti: allungare una mano e dire “Io per te ci sono, se vuoi cambiare”.

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